Lande

Cielo di empi tumulti

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Il tuono, ritardataria voce del luminoso figlio della tempesta, rimbombò all’orizzonte, acclamando con enfasi la di lei venuta ai ciechi esseri viventi. Troppo miseri per poter cogliere i segni celati oltre le consuete manifestazioni di un divino disappunto. In principio gli occhi si volsero al fragoroso richiamo con superbia, archiviando il lontano tumulto, come egli fosse solo quanto doveva apparire. Ma il borbottio distante divenne veemente tuono e i pallidi bagliori fugaci si fecero striature minacciose dalla lunga corsa, al pari delle pennellate di un folle artista.

Vermigli serpenti di effimera consistenza e realistico potere discesero gracchianti sulle città e le campagne, azzannando ogni cosa con incendiari morsi senza distinzione alcuna. Una crudele cappa di nembostrati color della morte iniziò a palesare il proprio avvento, oscurando i giorni e donando alle notti il primordiale terrore del suo torvo manto. Dall’infernale malström di voluttuosi e vorticosi moti, squassato dalle rosse luci, ovunque discesero fiamme e lutti, adducendo cori disperati a chi dormì tranquilli sogni.

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Ormai tarda era l’ora per avvedersi di quanto stesse accadendo e ancor più scarsa figurava la sabbia della clessidra dell’intervento, gettando Re, ricchi nobili, grandi guerrieri e poveri mendicanti nel medesimo profondo abisso d’afflizione. Troppa era stata la boria delle giovani razze appena emerse alla luce, fuggite con forte speme all’oscurità dell’antro ove si erano generate. Eccessivo fu il gaudio di camminare alla luce della scintillante divina benevolenza, per raccapezzarsi di quale ombra avrebbe destinato ogni razza a una truce fine.

Da generazioni il male si stava sviluppando silente tra le carni vitali, prendendo forma dalle depravazione di chi più nell’animo ne era fornito. Non i Troll o i Draghi, in fondo solo bestie, né gli Orki, poco più di animali, ma l’umanità fece da protettivo ventre al germe putrido della fine. Costui, celato tra accidia, invidia ed efferatezza perpetrata per volere della menzognera brama di pochi a discapito dei molti, radicò profondamente nell’aberrante cuore dei più avidi, capaci di circuire e sobillare le masse.

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E venne l’oste a presentare il conto di quanto preso e disperso. Vite perdute e sangue versato furono la macabra moneta richiesta ad ogni essere per i peccati di una sola razza. Talmente empia era l’anima dei primi uomini, da attirare sulle terre il sadico rigurgito degli inferi e del malevolo Dio Sanguinario. Si riversò tra le genti ogni sorta di repellente iconolatra, progenie dell’ombra più scura e dell’aberrazione desolante, portatori dell’empio verbo del loro despota.
Il nero vortice di tetri nembi dalle rosse furie non cedette un solo metro di terra, ammantando ogni cosa con il proprio tulle di oscurità e decadimento. Nessuna eccezione o salvacondotto venne concesso, destinando la vita in toto all’oppressione della propria esistenza. Gli Dei tutti, fin lì rimasti silenti, osservando il loro creato venir meno ad ogni giorno, scesero dai troni ed altari per portare battaglia e omaggiare di un secondo natale l’intera esistenza delle cose.

Albori della gloria

holaf-vincitoreIn fine giunse la caduta del malevolo Dio sanguinario e si palesò l’impellenza di porre un giogo a tutte le aberrazioni, adempienti ai loro beceri uffici per conto dell’oppressore sconfitto. Con gli Dei tutti, morti o feriti per la battaglia appena conclusa, nessuno poteva opporsi alle bestie di male e ombre ancora libere. Non vi era essere in grado di sfidare gli inferi più cupi respiranti sulla terra.

In pochi riuscirono ad aver salva la vita e in ancor meno furono capaci di opporsi fieramente. L’eccidio perpetrato fu talmente vasto da allagare le pianure di sangue, mentre la natura circostante ardeva permeando ogni cosa del proprio tanfo penetrante. Nere sagome di odio arcaico camminavano tra i filari di alberi ormai carbone, caratterizzando con le loro fosche cappe di morte gli orizzonti nella perpetua ricerca dello sterminio.

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Fu da un’umanità defraudata della vitale scintilla che divampò la fiamma inaspettata dell’onore. Immerso in una marea di capi chini si levò colui il quale di necessità fece virtù, forgiando, con le sue rozze mani da fabbro, un arma dalle carcasse dei Demoni sconfitti per divino potere. Ossa divennero polvere e polvere si incluse nell’acciaio per poi venir forgiata con il fuoco demoniaco di un cuore ardente e in seguito temperato nel sangue di un Dio caduto. Pelle e corna di empie creature diedero sostanza all’impugnatura, mentre un occhio fu incastonato nel pomolo per decorazione. La spada rispose al nome di Reliquia degli Inferi e mostrò un potere smisurato, capace di smuovere la terra e prosciugare interi oceani al solo fendente. Ma il male insito nelle creature dalle quali parti venne creata la spada perdurò e quello che l’arma non palesò, se non quando fu necessaria, fu la propria volontà.

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Tale arma venne affidata ad un guerriero senza nome dal sangue puro e cuore indomito, uno di quegli uomini mai più incontrati in terra alcuna. La spada Reliquia degli Inferi ebbe buon gioco contro il fuoco, le ombre e l’empietà demoniache, abbattendo i suoi nemici uno dopo l’altro. Ma la vittoria non giunse senza prezzo, e la fama con il suo strascico di gloria pretesero quanto spettasse loro. Il guerriero con l’accumularsi dei cadaveri alle sue spalle finì preda del suo stesso potere: non si avvide di quanto la spada lo sfruttasse per i suoi scopi. L’anima suppurata nella forma più becera di perversione si fece ottenebrare dalla volontà latente della reliquia, portando all’oblio il primo eroe degli uomini.

Molte altre furono le reliquie militari forgiate con parti di nemici uccisi, sovente con ottimi risultati, ma con maggiore frequenza originando mali incontrollabili. Tali armi fecero grandi gli uomini, in un modo o nell’alto, rendendo ancor più grande chi tra di loro era dotato di virtù e intelligenza. Eroi degni di onorificenze ed effigi in ogni piazza si innalzarono a paladini del bene o a campioni degli antichi culti, tramandando di generazione in generazione gloria e reliquie.

Antiche voci di morte tra il vento della storia

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Vi sono storie tanto cupe da far ristagnare le parole tra le labbra dei guerrieri, generando cascate di infantili gocce di cristallina innocenza sulle gote dei fanciulli al solo citarne l’esistenza. Racconti di ere lontane, quando gli uomini tutti venivano assoggettati al volere del Dio malevolo. Storie tanto arcaiche da venir quasi scordate compiendo in tal modo il contorto volere del male.

Aleggiano stralci tra le pagine delle ere che furono, riguardanti bestie di puro male, sussurri e menzioni non voluti, sovente estirpati fisicamente dagli infiniti tomi delle cronache degli uomini.

Ombre di passati carnefici ancora si potevano snidare, leggendo con attenzione le pergamene primordiali dei primi uomini, quando ancora simboli e strani glifi venivano usati come unica forma di scrittura. Per occhi allenati e menti erudite, ne emergeva l’orrore tra quelle incomprensibili matasse di piccoli disegni, simili alle impronte dei gabbiani all’albeggio sulla spiaggia.

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Fiamme lambenti ombra e morte dall’invalicabile acciaio furono inviati a squassare la terra, per piegare il coraggio di chi la testa alzava. A migliaia, se non oltre, caddero sotto le lame dei mietitori del Dio oscuro, annaffiando le lande con il rosso sangue e facendo germinare orrori senza riscontro alcuno.

Le stesse empie fiamme vennero evocate in più recenti epoche dalla folle brama di stolto delirio del Caduto. Vampe tanto poderose nella veemenza del male addotto da sfuggire al controllo di ogni volontà, se non la propria, riflesso dell’animo concesso loro dal Dio malevolo.

Distese di cadaveri e laghi di sangue non ne placarono l’esser ligi all’imposto ufficio, mentre i castelli ardevano tra le fiamme, le foreste morivano defraudate di ogni goccia di vita e le speranze degli uomini tutti si soffocavano tra le ombre dell’impotenza.

Ancor si mostrano oggi ad imperitura memoria tetri scheletri di arcani fortilizi dal bruno colore arroccati su impervie vette. Moniti privi di vita come carcasse di animali consunti dall’ingiuria del tempo e delle barbarie.

Ove l’ardimentoso si fa agnello

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Il Regno degli Uomini Uniti presenta vaste aree geograficamente molto differenti, ove le strane morfologie del terreno hanno da sempre stimolato le fervide fantasie delle genti. Vi sono innumerevoli fiabe, poemi e poesie, decantanti le origini di lande dai caratteristici nomi come le Coste Putride, site tra la città di Catacomba e quella di Vecchio Tumulo. Luoghi questi, veicolanti scoramento perfino nel più ardito degli uomini, allontanando ogni creatura non ricolma di empie brame. Perfino l’apatico e avido meccanismo del commercio si spinse nel percorrere vie assai più lunghe pur di scongiurare le mille insidie di tali territori.

Altre zone vennero nominate con nomi solari e rassicuranti, essendo lochi di future promesse, tuttavia disattese; come tristemente testimoniato dalle maledette rovine di Brestvart. La gemma delle terre esterne, capitale della Costa di Nuova Speranza, cadde in disfacimento sotto l’avidità di potere di uno stregone ottenebrato dalla sapienza degli arcani. Nulla di naturale respira ora tra quelle auree pietre, ove il tempo sembra regredire e gli spazzi avvilupparsi ai visitatori in un caleidoscopico mutare di stupore e sgomento, prima delle urla terrorizzate e morte.

Il Tributo della Sabbia ben poca speranza lasciava a chi vi si avventasse, riducendo ad un miraggio il poter varcare illesi le basse colline rocciose e aspre, delimitanti il reame di Da Tejan. In quella limitata porzione di regno l’aridità estrema aveva formato mari di sabbia fine come bruma e rovente come gli attrezzi usati per cauterizzare una ferita. Pochi pozzi d’acqua ne rendevano mortale l’avventatezza di chi vi si spingesse impreparato, finendo per decorare con le proprie ossa la superficie della sabbia. Macabro ornamento di effimera natura, poiché il fine pulviscolo avrebbe offuscato ogni traccia, fagocitandone i resti nel suo caldo ventre.

Tra tutti i luoghi vantanti una dubbia fama, certo la migliore era stata assegnata alla Bocca del Morto, capace di infliggere perdite incommensurabili anche agli eserciti più equipaggiati ed addestrati. Ma su un simile loco ne leggerete la storia tra le righe di Trondheim Sagen “Tumulto della terra”.

Vie buie

catacomba-terraNon solo vie luminose e baciate dalla gioiosa luce solare tracciano le loro orme serpeggianti tra le lande del Regno degli Uomini Uniti. Sovente ove l’uomo saggio prostrato si fa timoroso per l’atavico rispetto del glorioso defunto, giacente nella propria sfarzosa arca di pietra, nascosti budelli discendono freddi e silenziosi nel loro modesto essere nudi di sola terra, dando origine alle temute vie buie.

Tali intestini sotterranei dal labirintico svolgimento solcano il flaccido ventre della madre terra fin dalle nebbie dei tempi, quando gli uomini, incapaci di opporsi al malevolo e belligerante Dio del Sangue, strisciarono nel sottosuolo come vermi. Da tristi lochi di sottomissione e mera manifestazione di impotenza, i cunicoli vennero da prima resi più ampi e abitabili per poi essere adibiti a vere e proprie città sotterranee. Sorsero grandi sale per le assemblee oltre a templi dedicati alle più disparate fedi, mentre le ossa dei defunti venivano incastonate nelle pareti per solidificarne la struttura.

Quando l’umanità tutta poté emergere dai profondi antri, le vie buie non vennero chiuse né dimenticate, ma elette a catacombe o necropoli e cedute ai morti, affinché le usassero come luogo di eterno riposo. Salme di grandi uomini vennero deposte tra l’umido della terra, in arche di dura pietra, per essere venerate e mantenute in gloria ad imperituro ricordo della loro grandezza.

Dal principio signori dei vivi ed in seguito padroni delle cupe oscurità della terra, i Re morti si appropriarono di quanto fu loro concesso, dividendo senza quasi mai venire a contatto con carne calda e pulsante fluido. Tuttavia non solo tacita convivenza risiedeva tra le pietre delle migliaia di catacombe del Regno. Alcune salme dall’indole perversa e corrotta, ottenebrate dalle persistenti brame perseguite in vita, seguitarono a riaffiorare, non accettando la loro natura e costringendo intere casate di coraggiosi Re umani ad immolare loro e la propria stirpe in una perpetua guerra per arginare gli spiriti non morti.

Brandelli di verità tra i fumi del tempo

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Da secoli brandelli di verità strappati con la lama della perseveranza al lento oblio della storia, brandita dal paladino delle tradizioni, restituiscono sotto le più svariate forme luminose perle di saggezza. Sovente tali raggi di acume giungono ai ciechi uomini dai secoli più bui, quando il grande scisma degli antichi Dei diede origine alle Crociate Eretiche. Tali Guerre, tra le più cruente annoverate dalle cronache, vennero condotte dai primi Re, alfieri dei voleri supremi, per la sopravvivenza della razza umana.

Ogni sorta di orrore e tormento venne rigurgitato dai più cupi meandri del florido ventre della terra e del cielo. Demoni, mostri e antiche ripugnanti creature diedero nuovamente battaglia a chi con ardore e altruismo vi si oppose all’ombra dell’aurea croce a dodici punte, in seguito eletta a vessillo del Regno degli Uomini Uniti. Dopo lunghi inverni di battaglia giunse tra le schiere nemiche la minaccia così descritta nelle cronache della Prima Crociata Eretica:

Dal puro odio inalato come fuoco nella carne fetida ed il pelo consunto originò l’essenza stessa del malvagio. Riverberò illegittima la scintilla vitale, adducendo forma e fiato all’atavico timore, serbato nel cuore umano. Neri come le ombre dell’inferno e subdoli oltre ogni umana comprensione, maggiormente torvi delle più decadenti bassezze umane, discesero dai monti con il vespro, macchie di ombra e morte dal glabro muso.

Tali antiche bestie vennero in seguito dimenticate poiché sconfitte, confuse tra i postumi della sbornia per il turbinare degli eventi dall’ignoranza degli uomini. I tremendi quadrupedi, messia di morte e untori del terrore tra gli antichi cavalieri, persero mordente sulle nuove generazioni convinte dell’impossibilità di un loro nuovo avvento. Relegate tra i più creduli e restando in auge solo per gli infanti, tali storie servirono le labbra degli anziani, fornendo uno spunto educativo nei confronti dei bambini, spingendoli ad ubbidire. Tramandate al confine tra la bruma della dimenticanza ed il mito popolare non un solo incubo fornirono per secoli

Miti e leggende delle foreste e dei boschi

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Molte sono le foreste e i boschi disseminati nel Regno degli Uomini Uniti, luoghi assai inospitali e spesso preclusi agli uomini, troppo deboli e ottusi per poterne sfidare gli arcani segreti. Antiche storie vengono narrate sugli orrori calanti dalle verdi volte della foresta di Tendard, o delle sparizioni avvenute tra le congelate fronde della foresta Zubrovka, facente parte dell’oscuro Reame di Denethor.

Alcune di queste aree primitive ed incontaminate sfidano i secoli e le guerre, dissuadendo l’avvento delle razze senzienti grazie al manto di mistero aleggiante tra le proprie intricate fronde. Vagiti infernali e scricchiolii, capaci di addurre brividi anche al più forgiato uomo di ventura, sono compagni di viaggio nelle loro tortuose vie nell’aspra selva. L’aria sempre più greve ed irrespirabile man mano che si affonda tra i turpi rami apporta alle menti più lucide strane visioni, precludendone la cognizione del tempo e del moto, favorendo un lento e sadico smarrimento tra allucinazioni e orride realtà scambiate come tali.

Esseri, figli degli incubi più cupi, gorgogliano in agguato tra i multicolori verdi e le ombre menzognere, bramando l’avvento dell’incauto per coglierlo in fallo. In migliaia, eserciti compresi, si avventurarono per accorciare il percorso e giungere celermente alla propria meta o sul campo di battaglia nel tentativo di ipotecare la vittoria, ma incontrando la disfatta.

Altre zone boschive come il bosco di Aghi Rossi, minuto ammasso d’alberi ai piedi della catena montuosa Corna di Capra, godono di assai più oscura fama. Tra gli aghi grondanti sangue a migliaia i corpi ne affollano le perenni nevi non consunti dalla putrefazione né dalle intemperie, ma non è maturo il tempo per narrarvi di tale landa.

Cernyj Les

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L’Impero degli Uomini Uniti comprende una grande vastità di città dalle più disparate caratteristiche ed un numero non quantificabile di piccoli villaggi dispersi per le lande in fermento.

Alcuni sono villaggi tanto minuti da non contare nemmeno 10 abitazioni e si proteggono con basse palizzate e torri d’avvistamento poste sulle alture circostanti alle case. Altri borghi governati da signori più facoltosi o lungimiranti si nascondono oltre palizzate alte e solide spesso fornite di torri per l’avvistamento. Uno di questi porta il nome di Cernyj Les ed è sito ai confini meridionali del Reame Libro di Vyborg, ove la catena montuosa Schiena del Drago assottiglia le proprie austere vette prima di cedere il passo ai territori del sud.

Grandi mura in solidi tronchi di betulla cingono questo pacifico villaggio in florida espansione, abbracciato da un arzillo torrente collocato alla base delle radici montuose. I suoi abitanti dormivano sonni tranquilli protetti da ben 4 torri di guardia e molti uomini forti e robusti, forgiati dal duro lavoro nei campi oltre che da una piccola truppa di milizia dalle verdi armature.

Ma le fila di oscuri signori venivano tessute con altri scopi nei confronti di quei poveri villani. Ombre e orrori, rapidi come lupi tra le frasche della boscaglia circostante, calarono con ringhiosa brama di battaglia. E strane storie riguardanti Cernyj Les iniziarono a giungere con passo di mercante verso Vyborg.

I reami liberi

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Il Regno degli Uomini Uniti non è un dominio totalmente assoggettato alle leggi imperiali. Al suo interno sussistono reami ai quali vennero concessi particolari privilegi fin dalle prime luci di tale regno. Ghiaccio Rosso, Gorod, Dubranek o la stessa Trondheim vennero sottoposte alle leggi degli Uomini Uniti non senza pagarne un alto tributo di sangue, e non totalmente.

Tali regni potendo contare su eserciti forti e re incorruttibili giunsero ad accordi vantaggiosi, mantenendo le proprie antiche leggi, talmente radicate nella cultura popolare da rendere impensabile il piegarne la popolazione ad altri voleri. Tra le lande dell’impero vi sono anche alleati, completamente svincolati dal volere dell’Alta Torre. Denethor e i suoi tetri Inquisitori dagli oscuri poteri, talmente potenti da non essere mai stati sfiorati da guerra alcuna, garantirono ai primi re degli uomini il loro tacito supporto per una pacifica convivenza.

I mercenari dell’Isola Volcano si limitarono a mettere piede sul continente solo se pagati per combattere al fianco del signore più facoltoso. Al Reame Libero di Vyborg venne fatto dono dell’autonomia per meriti di fedeltà indiscussa alla corona imperiale, permettendogli di proliferare florido e abbiente tra i suoi colli rigogliosi ed il fiume Quieto, serpeggiante nei possedimenti di re Demitry Morozov.

Il Regno degli Uomini Uniti

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    Il mondo della Saga non è un piccolo regno sparuto tra vaste terre dagli sfumati confini, ma un intero pianeta composto da estesi continenti fortemente caratterizzati, quasi stereotipati per certi versi, ma sempre emozionanti ed irti di avventure. Nella narrazione della Saga si articoleranno 62 regni con altrettante città governanti su di un numero non divulgato di piccoli insediamenti e cittadine fortificate. Una tale vastità di centri abitati si dissemina nel continente di nord-est del pianeta immaginato dall’autore tra ardue catene montuose e foreste dalle intricate fronde, deserti di rocce aspre e ingannevoli, fiumi e paludi si estendono tra le lande accompagnando le vicissitudini dei protagonisti.

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